Aumento potenza contatore nel 2026
Quanto costa aumentare la potenza del contatore nel 2026, quali livelli si possono richiedere, i tempi della procedura e cosa verificare prima di proporla al cliente.

L’installazione di una pompa di calore, una wallbox, un piano a induzione o altri carichi elettrici importanti può rendere insufficiente la potenza disponibile dell’utenza.
È una situazione sempre più comune: l’impianto è correttamente dimensionato, ma il classico contatore domestico da 3 kW non è più sufficiente a gestire contemporaneamente tutti i carichi.
In questi casi può essere necessario richiedere un aumento della potenza del contatore e, in alcune situazioni, valutare anche il passaggio da monofase a trifase.
Vediamo quanto costa aumentare la potenza nel 2026, quali livelli possono essere richiesti, quanto tempo richiede la procedura e quali verifiche dovrebbe effettuare un installatore prima di proporre la modifica al cliente.
Quanto costa aumentare la potenza del contatore nel 2026?
Il costo dell’aumento di potenza è composto principalmente da due elementi:
- un contributo fisso applicato dal venditore;
- una quota proporzionale ai kW aggiunti.
Nel 2026 la quota potenza per le forniture in bassa tensione è pari a 78,81 €/kW.
Per le utenze domestiche è prevista una tariffa ridotta pari a 62,30 €/kW, a condizione che l’aumento richiesto non superi i 6 kW.
Per le forniture in media tensione, invece, la quota è pari a 62,74 €/kW.
A questi importi può aggiungersi il contributo fisso richiesto dal venditore. Nei servizi di Maggior Tutela e Tutele Graduali il valore di riferimento è di circa 23 euro.
Altri costi previsti nel 2026 comprendono:
- 494,83 euro per il passaggio dalla bassa alla media tensione;
- 226,36 euro per lo spostamento del gruppo di misura entro 10 metri;
- 50 euro per la verifica del funzionamento del gruppo di misura richiesta dal cliente.
Nel mercato libero il contributo fisso applicato dal venditore non è regolato e dipende dalle condizioni contrattuali sottoscritte dal cliente. Per questo motivo è preferibile indicarlo nel preventivo come valore stimato e non come costo certo.
Un caso particolare: ripristinare una potenza precedentemente ridotta
Esiste un caso in cui la quota potenza può non essere dovuta.
Se il cliente ha richiesto una diminuzione della potenza a partire dal 1° aprile 2017 e successivamente decide di tornare al precedente livello, la quota potenza non viene applicata per il ripristino.
Rimane invece il contributo fisso eventualmente previsto dal venditore.
Per un installatore può quindi essere utile chiedere al cliente, prima di procedere con la richiesta, se la potenza dell’utenza sia stata ridotta in passato.
Quanto costa passare da 3 a 4 kW?
ARERA fornisce un esempio di calcolo relativo al passaggio da 3 a 4 kW.
Il costo viene determinato sommando:
23 € di contributo fisso + 1,1 × 62,30 € per il kW aggiuntivo.
Il risultato è pari a:
91,53 € IVA esclusa, corrispondenti a circa 100,68 € IVA inclusa.
Il coefficiente 1,1 deriva dal fatto che il calcolo viene effettuato sulla potenza disponibile, che è superiore del 10% rispetto alla potenza impegnata.
Applicando lo stesso criterio alle tariffe 2026:
Passaggio da 3 a 6 kW
23 € + (1,1 × 62,30 € × 3) = circa 228,59 € IVA esclusa.
Passaggio da 3 a 10 kW
In questo caso non si applica più la tariffa domestica agevolata:
23 € + (1,1 × 78,81 € × 7) = circa 629,84 € IVA esclusa.
Potenza impegnata e potenza disponibile: qual è la differenza?
Per dimensionare correttamente un’utenza è importante distinguere tra potenza impegnata e potenza disponibile.
La potenza impegnata è quella indicata nel contratto di fornitura.
La potenza disponibile comprende invece una franchigia del 10% rispetto alla potenza contrattuale.
Un’utenza da 3 kW dispone quindi in realtà di:
3 kW × 1,10 = 3,3 kW
Analogamente, un contatore da 6 kW consente di arrivare fino a circa:
6,6 kW.
Questa franchigia è prevista per i contatori fino a 15 kW di potenza impegnata.
Perché il contatore stacca?
Il superamento della potenza disponibile non determina necessariamente un distacco istantaneo.
Il contatore può tollerare temporaneamente un sovraccarico prima di interrompere la fornitura.
È il motivo per cui il cliente può utilizzare normalmente la propria abitazione per gran parte della giornata e riscontrare il problema solamente quando vengono attivati contemporaneamente più apparecchi.
Un esempio tipico è l’utilizzo contemporaneo di:
pompa di calore + forno + piano a induzione + altri carichi domestici.
Prima di proporre un aumento di potenza è quindi importante verificare se il problema derivi effettivamente da una potenza insufficiente oppure dalla contemporaneità dei carichi.
Un dato particolarmente utile è già presente nella bolletta elettrica: il livello massimo di potenza prelevata per ciascun mese fatturato e, almeno una volta all’anno, il dettaglio relativo agli ultimi dodici mesi.
Questo dato permette di capire quale sia stato il reale picco di assorbimento dell’abitazione.
Quali livelli di potenza possono essere richiesti?
Dal 2017 i clienti domestici possono scegliere la potenza con una granularità molto maggiore rispetto al passato.
Gli incrementi disponibili sono:
- 0,5 kW tra 0,5 e 6 kW;
- 1 kW tra 6 e 10 kW;
- 5 kW oltre i 10 kW.
Non è quindi necessario scegliere solamente tra i tradizionali 3 e 6 kW.
Un cliente potrebbe, ad esempio, passare da 3 kW a 4 kW, 4,5 kW o 5 kW, scegliendo una potenza maggiormente aderente ai propri consumi.
Quanto costa ogni kW aggiuntivo in bolletta?
L’aumento della potenza non comporta solamente un costo iniziale.
Ogni kW di potenza impegnata incide per circa 26 euro all’anno sulla bolletta, IVA inclusa.
Indicativamente:
un passaggio da 3 a 4,5 kW comporta quindi circa 39 euro all’anno in più;
un passaggio da 3 a 6 kW comporta circa 78 euro all’anno in più.
È quindi importante evitare di sovradimensionare inutilmente la potenza contrattuale.
Lo stesso principio vale al contrario.
Secondo la tabella pubblicata da ARERA, un cliente con una potenza massima prelevata compresa tra 1,6 e 2,2 kW potrebbe, ad esempio, scendere a 2 kW ottenendo un risparmio di 25,87 euro all’anno rispetto ai tradizionali 3 kW.
Nel caso di una riduzione della potenza non viene applicata la quota potenza una tantum: può essere previsto solamente il contributo fisso del venditore.
Quando è necessario passare da monofase a trifase?
L’aumento della potenza non comporta automaticamente il passaggio al trifase.
La fornitura trifase diventa necessaria quando la potenza richiesta non è più gestibile correttamente su una singola fase oppure quando nell’impianto sono presenti apparecchi che richiedono direttamente un’alimentazione trifase.
È il caso, ad esempio, di alcune:
- pompe di calore di taglia medio-grande;
- macchine utensili;
- utenze industriali;
- ascensori.
Le tempistiche del distributore distinguono infatti le forniture fino a 6 kW monofase da quelle fino a 33 kW trifase.
Come funziona lo squilibrio tra le fasi?
In un impianto trifase la potenza viene distribuita sulle tre fasi.
La CEI 0-21 ammette tuttavia uno squilibrio fino a 6 kW, che il distributore può elevare fino a 10 kW sulla base delle proprie valutazioni tecniche.
Questo aspetto è importante, ad esempio, quando si valuta l’installazione di una wallbox monofase da 7,4 kW all’interno di un impianto trifase.
Prima di decidere di modificare la fornitura è quindi opportuno verificare i principali carichi monofase presenti nell’impianto, distribuirli sulle diverse fasi e controllare lo squilibrio risultante.
In alcuni casi il passaggio al trifase o un ulteriore aumento della potenza possono essere evitati semplicemente attraverso una migliore distribuzione dei carichi oppure installando un sistema di gestione dinamica della potenza.
Attenzione ai lavori sull’impianto elettrico
Il costo richiesto dal distributore non è necessariamente la componente economicamente più importante di un passaggio al trifase.
La modifica può infatti richiedere interventi sul:
quadro elettrico, protezioni, cablaggi e sezioni dei cavi.
Devono inoltre essere nuovamente verificate le condizioni di dimensionamento dell’impianto e la caduta di tensione.
Il costo complessivo dell’intervento deve quindi tenere conto sia della modifica della fornitura sia degli eventuali adeguamenti necessari sull’impianto elettrico del cliente.
Quanto tempo richiede un aumento di potenza?
Per aumenti entro:
6 kW in monofase
oppure
33 kW in trifase
il distributore esegue l’intervento entro 5 giorni lavorativi, a condizione che non siano necessari lavori sulla rete o sulla presa.
In molte utenze domestiche la modifica può essere effettuata da remoto.
Quando vengono superate queste soglie, invece, il distributore deve predisporre un preventivo.
I tempi massimi di preventivazione sono:
- 15 giorni lavorativi per lavori sulla rete BT relativi a forniture ordinarie;
- 10 giorni lavorativi per forniture temporanee;
- 30 giorni lavorativi per forniture in media tensione.
Dopo l’accettazione del preventivo, i tempi effettivi di esecuzione sono quelli indicati dal distributore nel documento.
Per le connessioni soggette a preventivo è inoltre previsto un anticipo fisso di 100 euro sui contributi.
A chi bisogna richiedere l’aumento di potenza?
Per le forniture in bassa tensione, la richiesta deve essere presentata al venditore di energia elettrica del cliente, non direttamente al distributore.
Il venditore riceve la richiesta e la trasmette successivamente al distributore competente.
Solamente i titolari di forniture in media tensione possono presentare direttamente a e-distribuzione la richiesta di variazione attraverso l’area clienti dedicata.
Per evitare errori e ritardi è utile che l’installatore definisca preventivamente:
- potenza richiesta;
- motivazione tecnica;
- eventuale data desiderata per la modifica.
Aumento di potenza e impianto fotovoltaico
Quando sullo stesso POD è già presente oppure deve essere installato un impianto fotovoltaico, l’aumento di potenza deve essere coordinato con la relativa pratica di connessione.
Le due procedure seguono infatti regole e tempistiche differenti.
Per questo motivo è importante valutare l’assetto finale dell’impianto prima di avviare separatamente le diverse richieste.
Come dimensionare la potenza con pompa di calore e wallbox
Quando si installano contemporaneamente una pompa di calore e una wallbox, sommare semplicemente le potenze nominali di tutti gli apparecchi può portare a sovradimensionare inutilmente la fornitura.
Un approccio più corretto parte dai consumi reali.
1. Analizzare i consumi esistenti
Il primo dato da recuperare è la massima potenza prelevata negli ultimi dodici mesi, disponibile in bolletta.
Questo valore fornisce una base reale per conoscere i picchi dell’abitazione.
2. Aggiungere la pompa di calore
Alla potenza esistente deve essere aggiunto l’assorbimento elettrico della pompa di calore alla temperatura di progetto.
Non bisogna quindi considerare semplicemente la potenza termica nominale della macchina.
3. Considerare la contemporaneità
I carichi domestici non funzionano necessariamente tutti contemporaneamente.
È quindi opportuno applicare un fattore di contemporaneità realistico agli altri consumi presenti nell’abitazione.
4. Considerare la wallbox
Una wallbox domestica monofase da 7,4 kW, utilizzata contemporaneamente a una pompa di calore che assorbe 2-3 kW durante l’inverno, può facilmente superare la capacità di una fornitura da 6 kW.
In questi casi un sistema di gestione dinamica dei carichi può limitare automaticamente la potenza destinata alla ricarica dell’auto in funzione dei consumi dell’abitazione.
Questo permette, in alcuni casi, di evitare un aumento eccessivo della potenza contrattuale.
Aumento di potenza o gestione dinamica dei carichi?
La valutazione deve considerare anche il costo nel lungo periodo.
Passare da 3 a 6 kW significa sostenere circa 78 euro all’anno in più di quota potenza.
Passare da 3 a 10 kW significa invece circa 182 euro all’anno in più, oltre al maggiore costo iniziale della variazione.
Su un periodo di dieci anni, la differenza economica tra una potenza correttamente dimensionata e una sovradimensionata può quindi superare il costo di un sistema di gestione dei carichi.
Cosa indicare nel preventivo
Quando l’aumento di potenza è necessario per la realizzazione dell’impianto, è importante renderlo esplicito già nel preventivo.
In particolare, è utile specificare tre elementi.
- Potenza finale richiesta
Il preventivo dovrebbe indicare chiaramente la nuova potenza impegnata e la corrispondente potenza disponibile.
Ad esempio:
6 kW impegnati → 6,6 kW disponibili.
- Costi una tantum
È opportuno distinguere il contributo relativo all’aumento di potenza dal contributo fisso eventualmente applicato dal venditore.
Il primo può essere stimato utilizzando le tariffe pubblicate, mentre il secondo può variare in funzione del contratto di fornitura del cliente.
- Maggiore costo annuale
Il cliente dovrebbe essere informato anche dell’impatto permanente dell’aumento sulla bolletta.
In questo modo può valutare consapevolmente se aumentare la potenza, scegliere un livello intermedio oppure utilizzare sistemi di gestione dinamica dei carichi.
Domande frequenti sull’aumento di potenza
Quanto costa passare da 3 a 6 kW nel 2026?
Per un’utenza domestica, l’incremento di 3 kW rientra nella fascia agevolata.
Utilizzando la quota di 62,30 €/kW e il metodo di calcolo indicato da ARERA, il costo è di circa 228 euro IVA esclusa, includendo un contributo fisso di 23 euro.
A questo si aggiunge un incremento della quota potenza in bolletta di circa 78 euro all’anno.
A chi devo chiedere l’aumento della potenza?
Per una fornitura in bassa tensione la richiesta deve essere presentata al proprio venditore di energia.
Sarà poi il venditore a inoltrarla al distributore.
Quanti kW servono per una casa con pompa di calore?
Non esiste un valore valido per tutte le abitazioni.
Bisogna considerare l’assorbimento elettrico della pompa di calore alla temperatura di progetto, la massima potenza prelevata storicamente dall’abitazione e la contemporaneità con gli altri carichi.
Per questo motivo la verifica dovrebbe partire dai dati presenti nella bolletta degli ultimi dodici mesi.
È meglio aumentare la potenza in monofase o passare al trifase?
La valutazione dipende dalla potenza richiesta e dalle caratteristiche dell’impianto.
Sotto i 6 kW la soluzione monofase rimane generalmente quella economicamente più semplice.
Il trifase diventa necessario in presenza di utenze trifase, quando il limite di squilibrio tra le fasi non è sufficiente oppure quando la potenza richiesta supera quella gestibile in monofase.
Bisogna inoltre considerare gli eventuali costi di adeguamento di quadro, protezioni e cavi.
Posso ridurre la potenza e aumentarla nuovamente in futuro?
Sì.
Se l’aumento serve a ripristinare un livello di potenza precedentemente ridotto con una richiesta presentata dal 1° aprile 2017 in poi, non viene applicata nuovamente la quota potenza fino al precedente livello.
Può comunque rimanere dovuto il contributo fisso del venditore.
Per eventuali kW aggiuntivi oltre la potenza originaria vengono invece applicati normalmente i relativi costi.